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PRENDO LA VITA CON UN SORRISO

Di Gigi Proietti (Gente Mese n. 5, anno XII, Maggio 1997)

Io e il Maresciallo Rocca abbiamo passato assieme un periodo intensissimo, ci siamo frequentati e conosciuti. Adesso è arrivato il momento che si prenda una licenza premio. L’identificazione con il personaggio è stata fortissima. Tra lui e il mio pubblico si sono stabiliti, a volte, rapporti che quasi escludevano l’attore Proietti; ho ricevuto lettere in cui la gente si rivolgeva direttamente a lui. Una volta, in calce, ho trovato scritto: "Illustrissimo signor Proietti, mi deve scusare se mi sono permesso di dare del tu al maresciallo Rocca, ma, sa, lo considero un amico".

Sono grato a Rocca e ovviamente a tutto il pubblico che lo ama, ma ora, come dire, rivendico la mia autonomia. Arrogandomi il diritto di ricordargli che, seppur festeggiatissimo, lui è un neonato, mentre il signor Proietti cavalca la tigre del mestiere d’attore da più di trent’anni e non è poi così accondiscendente nel farsi prevaricare.

Un attore parlando del suo passato è per lo più incline a rivisitare con la memoria frammenti di spettacoli, serate fortunate, gli applausi più calorosi o le opportunità mancate. Io vorrei iniziare invece parlando della mia famiglia, di quel gruppo di persone che mi ha permesso, nel bene come nel male, di essere come sono. Mio padre Romano e mia madre Giovanna, lui umbro, lei laziale, si incontrarono sullo sfondo di una Roma anni ’30, in cui le ragazze ballavano il charleston con giovanotti dai capelli impomatati. Si sposarono nel 1935 andando ad abitare in una casetta nel centro di Roma, esattamente in via di S. Eligio, nei pressi di Via Giulia. Mio padre che da giovanissimo aveva fatto persino il boscaiolo cercò nella sua lunga esistenza di evolversi, di migliorare, cambiò tanti mestieri, sempre alla ricerca, ovviamente, di una sistemazione migliore.

Quella dei miei genitori è stata una generazione che ha vissuto due guerre. Una da ragazzi e l’altra con le responsabilità di una famiglia. Difficoltà di trovare una casa, trovare lavoro, futuro incerto, mi sembra di parlare di oggi. Comunque in casa nostra c’è sempre stata la possibilità di far ricorso ad una straordinaria risorsa: la capacità di ridere.

Dai miei genitori ho imparato a leggere il ridicolo delle situazioni e a cercare di sdrammatizzare con una risata, anche quando obiettivamente non c’era mica tanto da stare allegri.

Il primo dato che mi riguarda, e che definisco "malinconico" è la mia data di nascita: il 2 novembre, pensate un po’. Scegliere il giorno della Commemorazione dei Defunti per nascere ha rappresentato la prima sfida e anche, forse, un segnale molto anticipato del mestiere che avrei fatto in seguito. Mestiere soggetto a continui contrasti e colpi di scena.

Il primo commento su me neonato lo fece mia sorella Anna Maria. Dicono che mi avesse paragonato ad una scimmia, visto che ero quasi completamente ricoperto da una fitta peluria, ma giuro che la persi in pochi giorni.

Dei primissimi anni della mia infanzia ricordo poco. In parte è stato meglio, con l’incoscienza beata della tenera età, non capivo bene i drammi di quel nefasto periodo di guerra, in parte avrei preferito rendermi conto di più della tragicità di quegli avvenimenti, per poter ricordare.

Una domenica mattina del 1947, insieme con i miei fui protagonista di un avvenimento che oggi potrei considerare tragico, ma che allora mi apparve avventuroso e non privo di attrattiva: quel giorno capii che non eravamo, come dire, ricchi ricchi.

Secondo il rituale pigro della festa ci eravamo alzati più tardi, papà nel bagno intento a radersi canticchiava Nannarè, perché perché te sei innamorata da ‘sta musica americana, quando una scampanellata imperiosa ci annunciò una visita inattesa. Era un commissario di polizia il quale, accompagnato da vari agenti della Celere, sventolava un foglio che conteneva un’ordinanza di sgombero immediato per sfratto. L’edificio in cui vivevamo era stato dichiarato pericolante, ed il nostro allontanamento era improcrastinabile. La guerra, come molti di noi sanno, ha avuto conseguenze e strascichi lunghissimi. Ricordo ancora la concitazione di mio padre, le sue inutili proteste, la voce che si faceva grossa mentre io osservavo con stupore la sua faccia ancora lievemente insaponata e quella subitanea confusione. Poco mancò che lo arrestassero per le sue vivaci proteste, ma ci ritrovammo comunque di lì a poco con le nostre masserizie in strada.

Avete presente quando metaforicamente si dice "in mezzo a una strada"? Be’, per noi l’espressione non fu metaforica. Però al di là delle considerazioni del "dopo" quello che mi colpì profondamente fu la teatralità di quella scena. Il cassettone, la credenza della cucina, il buffet della sala da pranzo, tutti gli oggetti che formavano nel loro insieme il confortevole scenario della nostra vita quotidiana, erano lì buttati alla rinfusa, sul marciapiede e io potevo scorgere per la prima volta il lato nascosto dei mobili: l’impiallicciatura sul didietro scolorita, segnata da tratti di lapis rosso o blu. Li avevo sempre considerati massicci ed ora ne vedevo la fragilità. Insomma vedevo per la prima volta una scenografia. Che fosse un segno del destino?

Ho pensato molte volte di riportare quella scena tragicomica, rimasta indelebile nella mia memoria, in un soggetto, in un film che forse un giorno prenderà vita. Ricordo che per il carico mio padre si fece prestare un carretto di quelli che allora giravano per Roma per le consegne dei barilotti di birra. Lo tiravano due cavalloni, grandi, muscolosi, possenti. Quei cavalli di lì a poco sarebbero scomparsi da Roma, evidentemente scandivano un ritmo lento, non adatto a una città, che purtroppo ha cambiato volto e che non sa più permettersi il lusso di essere un po’ pigra.

Montai anch’io su quel carro, sedendomi in un angolino libero tra i mobili e affrontai quel viaggio, peraltro molto breve, come fosse una straordinaria avventura. Papà era riuscito a trovare una situazione abitativa di fortuna, che doveva assumere il carattere della temporaneità, un po’ umida e buia, e diventò invece casa nostra per due anni! Si trattava di un appartamento ricavato dalle ex cucine di un albergo in disuso nei pressi di via Veneto, in cui riuscimmo comunque a fare gli "sfollati" con dignità. Ci ritenevano anzi più fortunati di tanti altri e attendevamo l’assegnazione dell’alloggio popolare. Era l’epoca del film Totò cerca casa.

Mi bastava poi varcare il cancello per trovarmi nella bellissima Roma dei caffè all’aperto, dei turisti che sciamavano in gruppo, delle signore eleganti ferme davanti a bellissime vetrine. In fin dei conti abitavo a via Veneto.

Fu un altro "presagio" teatrale. La "scena" era bellissima, i camerini un po’ meno.

Ci destinarono, dopo tre anni di attesa, una casa popolare nel periferico quartiere del Tufello (via Capraia, N.d.R.): due vie che si intersecavano, alti palazzoni e una parrocchia, un sogno. Fu proprio nell’ambito dell’oratorio che io cominciai una vera e propria vita sociale: ero ricercatissimo come chierichetto e riscuotevo un certo successo anche come cantante, nell’ambito del coro della parrocchia come soprano, dal momento che avevo ancora la voce bianca. Erano i tempi in cui impazzava Claudio Villa e la musica del maestro Angelini, che ascoltavamo alla radio. Ho un progetto da anni. Mettere in scena l’oratorio. Credo che il novanta per cento degli uomini della mia generazione l’abbia vivo nella memoria.

Ricordo che grazie alle mie doti canore feci la mia prima conquista amorosa. Si chiamava Lina e giocava con altre ragazzine ogni pomeriggio nel cortile sotto casa. Dopo aver a lungo meditato su quale fosse l’approccio migliore per risultare interessante scelsi una tattica inconsueta. Spalancavo la finestra e cominciavo a cantare a squarciagola stornelli e canzoni popolari restando fuori campo, all’interno della casa. Alla fine, svociato e con la gola in fiamme, mi affacciavo e lei con gesti piccolissimi per non farsi vedere dagli altri mimava un applauso con la punta delle dita. Be’, roba seria.

Don Giovanni, un prete della parrocchia, aveva messo su una Schola Cantorum, anch’io ne facevo parte e da mesi preparavamo una Messa cantata da eseguire in occasione di una celebrazione eucaristica solenne, al cospetto del vescovo.

Proprio il giorno della prova generale un febbrone a quaranta gradi mi costrinse a letto. Rialzandomi mi trovai a parlare con la voce di un altro: mi sentivo doppiato.

Avevo perso il mio posto tra le voci bianche, e di lì a poco guadagnai un posto tra i bassi.

Sembrerà strano, ma la cosa di cui ringrazio di più i miei genitori è di non avermi mai detto la frase consueta e terribile: "Fatti furbo, figlio mio". Per un po’ ho creduto che fosse un segno di rassegnazione. Poi ho capito che era un insegnamento, forse involontario ma importante, di forza morale. Be’, io non appartengo al mondo dei furbi e tutto sommato oggi non me ne dispiaccio. Forse le cose sono più lente, si hanno esiti a più lunga scadenza, ma quando si ottiene qualcosa sai che ti spetta, e questo è gratificante. Tutto ciò non mi è stato inculcato con prediche o pistolotti noiosi. I figli difficilmente ricordano il contenuto delle prediche, quello che ci rimane impresso è il comportamento dei genitori. Mio padre era sicuramente un uomo onesto, e oggi posso dire di avere un senso di stima per lui, oltre che d’affetto.

Era anche eccessivo, gli piaceva avere la certezza di non dovere niente a nessuno.

Ricordo con tenerezza che verso la metà degli anni ’50 si lasciò tentare dal "lusso" di un televisore comprato a rate. Era la prima volta che papà firmava delle cambiali e ho ancora in mente tutte le sue remore, la sua paura ad aderire a quella che gli appariva una prassi al limite della legalità. Il suo motto era: "Occorre fare il passo secondo la gamba". Arrivò a casa quella scatola magica festeggiata da tutti, troneggiava in salotto come una regina, ma papà cominciò a smaniare per l’impegno economico che si era assunto.

Di notte non riposava, l’idea di quei "pagherò" con la sua firma gli pesava come una mannaia sul capo. Mia madre cercava di convincerlo: "Ormai", diceva, "non firmare ‘farfalle’ è quasi disonorevole". Ma non ci fu niente da fare. Per mio padre il debito andava estinto e subito. Rincorse i titoli, non ebbe pace finchè non potè strapparli con le sue mani.

Mia sorella Anna Maria per me ha sempre rappresentato il vagone trainante; essendo già una ragazzetta, quando io ero ancora un bambino, mi riportava gli umori, le tendenze, i gusti musicali dei giovani di allora. Posso dire che in fondo la scintilla d’interesse per questo mio strano mestiere si è accesa in me grazie a lei. Tutto iniziò dall’acquisto di una fisarmonica, strumento allora molto in voga, con cui lei prendeva lezioni di musica. Spiando quel che faceva rimasi affascinato dalla possibilità di leggere la musica e di suonare uno strumento. Dopo tanta insistenza da parte mia, papà acconsentì a comprarmi una chitarra. Io ricordo ancora la sensazione esaltante che provai sfiorandola con le mani, appena fu mia. Il legno odorava di colla e la cassa acustica era lucida, senza una scalfittura, amai subito quell’oggetto, quasi come fosse un essere animato, capace di ricambiare i miei sentimenti.

chitarra.jpg (331678 byte)Quella chitarra mi è stata rubata nel camerino di un teatro alcuni anni fa; ricordo di avere provato un dolore acutissimo, s’era involata un’amica fedele, compagna di tanti momenti importanti.

Dopo aver provveduto all’acquisto della chitarra, avevo più o meno quindici anni, papà fece prendere anche a me lezioni di musica: mi parvero un incubo le lunghe e noiosissime lezioni di solfeggio. L’insegnante, anche lui fisarmonicista, per vivacizzare la mia attenzione, volle inserirmi nella sua orchestra di fisarmoniche. A me era stato assegnato il ruolo di "timpanista", si eseguivano interi brani d’opera nei quali intervenivo di tanto in tanto assestando un paio di colpi roboanti allo strumento. Non avevo mai amato la fisarmonica, le polke, le mazurke. Figuriamoci stare in mezzo a una trentina di mantici che soffiavano tutti insieme aggredendo le note impaurite di qualche sinfonia d’opera.

Malgrado ciò perseveravo, comunque incuriosito dal mondo della musica, ed imparai ad accompagnarmi con la chitarra. Durante il liceo con alcuni amici fondai il primo gruppo musicale, era formato da cinque elementi e ci battezzammo I Viscounts. Con questo complessino incominciai ad esibirmi in pubblico suonando la chitarra e cantando. Ci chiamarono in un locale, il Gran Caffè Professionisti, al quartiere Prati, dove animavamo quelli che si chiamavano "Tè danzanti", cioè pomeriggi dedicati al ballo e allietati da bevande e pasticcini.

Ci divertivamo e riuscivamo persino a guadagnare qualche lira. Ho ritrovato un po’ di tempo fa un cartoncino pieghevole che proclamava: "La serata sarà allietata dal complesso de I Viscounts, al microfono Gigi Proietti, cantante dalla voce ritmico-melodico-moderna". E smisero con gli aggettivi perché non c’era più spazio. In un’occasione decidemmo di diventare impresari di noi stessi: pensammo, utilizzando il denaro di uno sponsor, di affittare un locale e richiamare gli avventori attraverso un volantinaggio.

Riuscimmo a convincere soltanto un salumaio, il quale aveva il magazzino nei pressi dello scantinato nel quale facevamo le prove. Ci consegnò dei tocchi di parmigiano ed alcuni panetti di burro, che avremmo dovuto consegnare ai clienti propagandando il suo nome ad un certo punto della serata.

Purtroppo quella sera arrivò solo uno sparuto gruppo di persona, una diecina in tutto, ci ritrovammo così sconsolatamente alla fine della sfortunata serata con tutto il burro tristemente liquefatto.

Per divertimento incidemmo un nastro in cui eseguivamo un certo numero di canzoni e un amico più grande di noi lo fece ascoltare al proprietario di una balera, che si chiamava Golden Spyder Dancing. Quel signore mi chiamò, proponendomi di entrare in un’orchestra che si sarebbe dovuta esibire, nell’imminente stagione estiva, in un altro locale di sua proprietà, il New River Garden, una pista da ballo con annesso bar sulla riva del Tevere.

Lasciai così I Viscounts e cominciai quell’avventura solitaria.

Cantavo tutte le notti fino alle prime luci dell’alba. Avevo adottato un repertorio che contemplava generi diversissimi, cercando di accontentare così una clientela molto variegata. C’era per esempio l’habituè che veniva con la sua partner soltanto per ballare tango e valzer, per non scontentarlo eravamo obbligati ad eseguirne almeno sei.

Terminati i tre tanghi ed i tre valzer il signore immancabilmente si alzava e andava via, e noi potevamo sfogarci con lo swing, ritmo più confacente ai nostri gusti.

Era l’inizio degli anni ’60, mi ero iscritto alla facoltà di Giurisprudenza e cercavo di portare avanti gli studi universitari in un contesto di vita non proprio regolare. Facevo normalmente le tre o le quattro di notte e il mattino successivo faticavo a tenere gli occhi aperti sui libri. I miei, che avevano considerato con simpatia questa mia attività canora nei primi tempi, cominciarono a mugugnare, ritenendo che, se avessi continuato su quella strada avrei soltanto perso tempo.

Nell’ambiente universitario venni a conoscenza del CUT (Centro Universitario Teatrale); mi fu detto che era possibile partecipare ad un provino che si proponeva di operare una prima selezione. Tra gli esaminatori c’erano personaggi come Giancarlo Sbragia e Giulietta Masina a testimoniare il buon livello dell’iniziativa. Colsi al volo quell’occasione e, benchè non sapessi nulla di teatro, diedi la mia adesione.

Davanti alla commissione esaminatrice schierata ci trovammo a dover commentare le opere di un gruppo di autori prescelti, io ignaro di tutto mi aggrappai al ricordo di uno sceneggiato visto in TV e dissi: "Parlerò di Come le foglie di Giuseppe Giacosa". L’avevo visto in televisione ma non avevo pianto.

Passai per un giovane amante del genere melodrammatico e riuscii così a guadagnare la possibilità di accesso alla prova pratica. Mi ritrovai a dover leggere uno stralcio di dialogo amoroso con una partner dal viso coperto di pedicelli. Provai comunque a fare del mio meglio e lei con lo sguardo rapito alla fine mi disse: "Sai che sembri Giorgio Albertazzi?". Pensate un po’!

Agli insegnanti avevo fatto buona impressione grazie alla mia voce già profonda. Mi ritrovai così ad essere scelto, cosa che mi meravigliò e solleticò la mia vanità di attore non ancora dichiarato.

Cominciai a frequentare quel seminario didattico con molta serietà. E, anche se fingevo di scherzare, dentro di me capivo che poteva essere un indirizzo possibile per la mia vita. I miei amici musicisti, prendendomi in giro, cominciarono a chiamarmi Enrico Maria Gigi (parafrasando il nome del grande Enrico Maria Salerno), io abbozzavo e tenevo al caldo il mio segreto.

Tra i miei insegnanti c’è stato anche il grande Arnoldo Foà, ma ricordo con affetto anche una donna, la signora Parisi, conosciuta dal pubblico come "sorella radio", per una fortunata trasmissione radiofonica che presentava.

Fu lei ad insegnarmi, in modo egregio, i primi dettami di una corretta dizione.

Lavorando la sera, esibendomi nei locali, riuscivo a mettere insieme una discreta cifretta, all’incirca 200 mila lire al mese, più di quanto guadagnasse mio padre. Il mio futuro appariva però piuttosto nebuloso, ma non c’era disperazione, allora c’era in generale più speranza per il domani. Avevo superato circa la metà degli esami del mio corso, ma per motivi evidenti non riuscivo a proseguire.

Nell’ambito delle lezioni studentesche di teatro avevo conosciuto Giancarlo Cobelli, già attore d’esperienza e nostro insegnante di mimo. Fu lui ad offrirmi la prima opportunità di lavoro in teatro. Gli serviva un ragazzo che sapesse cantare, suonare la chitarra e dire qualche battuta: in sintesi, una spalla, sia per lui, sia per Maria Monti, la sua parter in ditta. Accettai di buon grado anche perché nel frattempo il mio gruppo musicale si era sciolto e ognuno era andato per la sua strada. In verità mi ritrovai a fare un genere di spettacolo che oggi si sarebbe definito cabaret. Presentavamo il Can Can degli italiani, questo era il titolo della nostra proposta, e si trattava di un tipo di satira molto godibile, ma diversa da quella di oggi.

Ottenemmo un grande successo. Ci esibivamo al Teatro Flaiano di Roma (allora si chiamava Arlecchino) e continuammo a farlo, visto il favore del pubblico, per centottanta repliche consecutive.

Mi dicevo: "Mi diverto e mi pagano pure. È una pacchia."

Non sapevo ancora quanta fatica costasse davvero questo mestiere, non conoscevo ancora l’ansia dei momenti alterni, il dispiacere per la stroncatura dei critici. Negli anni seguenti avrei sperimentato anche le asprezze di una vita che non è tutta agi e comodità.

Cominciai infatti a girare l’Italia intera con una vecchia Fiat 600, le tournèe prevedevano allora spostamenti pazzeschi: si recitava magari un giorno in Sicilia e il giorno dopo in Toscana. Per risparmiare sui pasti avevamo escogitato un sistema ingegnosissimo: possedevamo una mappa, che elencava tutte le mense scolastiche o aziendali in tutte le regioni d’Italia. Con una faccia tosta senza pari ci confondevamo con gli aventi diritto all’ingresso e con poche lire riuscivamo a fare una cena o un pranzo completo. Ma sono momenti che rivivrei, era tutto così esaltante.

Soltanto una volta mi sono trovato, a causa di quel complicato giro di spostamenti, in una situazione davvero drammatica.

Tornavamo a bordo della mia utilitaria da Milano, dove avevamo recitato al Piccolo Teatro. Era notte, piovigginava e io, per fare un sonnellino, avevo lasciato che a guidare fosse un mio amico della compagnia. Subito dopo Firenze, per un colpo di sonno o per distrazione, il mio amico andò fuori strada. Io mi ritrovai fuori dell’abitacolo e incastrato sotto l’automobile. Miracolosamente ero illeso e riuscii anche a tirarmi fuori constatando che al di là di varie ammaccature e graffi non avevo altro. Lì avvenne un fatto buffo. Nell’astanteria dell’ospedale ero sdraiato su un lettino e coperto con un panno di lana fin sopra la faccia. Sentii una voce femminile che, col sottofondo del ticchettio di una macchina da scrivere, mi chiedeva le generalità. Alla domanda: "Professione?", da sotto la coperta, con un certo imbarazzo, risposi: "Attore". Rumore di tacchi. La coperta si sollevò, e vidi la luce al neon e una faccia d’infermiera coi baffi, che mi chiese con accento toscano: "Fa mica i fumetti, lei?".

Il giorno dopo ebbi l’onore della prima cronaca che conteneva un refuso: "L’attore Troietti coinvolto in un incidente".

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