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Le critiche |
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Alessandra Miccinesi, Il Giornale.it, 9/5/2006
Rita Sala, Il Messaggero, 9/5/2006
ESUBERANTE, vulcanico ed eclettico come sa essere soltanto lui, Gigi Proietti si addice a Petrolini nel suo fluviale omaggio scenico «Ma l’amore mio non muore» che celebra al Politeama Brancaccio i settant’anni dalla morte del maggiore attore di varietà romano e i trent’anni di quella performance da mattatore che fu per il protagonista «A me gli occhi, please». Inizio brillante con riferimento all’attualità, in linea con la tradizione di un cabaret capace di creare un immediato contatto con il pubblico per un Proietti ironico nei riguardi della politica: «Siamo in attesa!» dichiara alludendo all’elezione del Presidente della Repubblica e scherzando sull’eventualità di dover interrompere lo spettacolo in caso di nomina. Il gioco continua con i tagli alla cultura, la burocrazia degli stabili e l’idea che il teatro si faccia poco sul palcoscenico in quanto ormai appannaggio dei politici che però recitano fuori. Ma ecco che la conversazione cede all’urgenza della metamorfosi nella prima creazione petroliniana, una formula riveduta e corretta della celebre parodia della «filma» con Lyda Borelli e Mario Bonnard che dà il titolo a questa kermesse. Scarpe enormi da clown, impermeabile grigio, cappellaccio in testa e occhio di bue languente sul viso: la filastrocca semplice e crudele sul più difficile dei sentimenti è subito una prova memorabile che fonde antico e moderno nell’unica, penetrante e icastica voce di Proietti. Tocca poi al logorroico calzolaio Archimede con la filosofia disarmante e il linguaggio alterato da romano che raggiunge un assoluto vertice comico nell’improvvisazione sullo stivale che simboleggia l’Italia: «Siamo un paese spaccato in due: il nord produce e infatti stiamo a crescita zero! Se voi anda’ da Salerno a Reggio Calabria però non piglia’ la strada! Pe’ anda’ in Sicilia poi, se aspetti, poi anda’ a piedi perché mò fanno il ponte!». Le battute fulminanti dei romani sono il pretesto per recuperare le origini artistiche di Roma con un tributo gradevole e accorato alle arie popolari con la loro tonalità minore, sempre un po’ triste, rintracciata alla chitarra dal Proietti cantante. La sua esibizione di bravura si impenna fino a trasformarlo in una perfetta e stupefacente macchina di suoni e rumori in un duetto con l’orchestra che sfocia in un breve assaggio del «Nerone». Compare allora Benedetto, marionetta futurista claudicante in abito bianco, dalla caratterizzazione sapida e goliardica nel suo trattar male le donne da cui però è raggirato e nel vivere il suo motto: «Cambiar non è tradire, è un’arte, un’arte varia!». Il valore di un’icona ha infine Gastone dai guanti bianco latte, fenomeno disincantato di un varietà di classe, incarnato con pochi felici cenni delle mani con la sua camminata dinoccolata nell’elegante «fracche». (...) La sua contagiosa energia unita a una consolidata sapienza di affabulatore garantisce da sola quella poliedricità di ruoli, di funzioni, di sketch e di slittamenti che avrebbe divertito anche Petrolini. Tiberia de Matteis, Il tempo, 10/5/2006
A ben ventiquattro anni di distanza dal suo primo omaggio ad Ettore Petrolini, Gigi Proietti nel settantesimo anniversario della morte del grande attore, si ripresenta al suo affezionato pubblico del Brancaccio con uno spettacolo nuovo di zecca stavolta intitolato, nel ricordo tra ironico e affettuoso del cinema muto, Ma l'amor mio non muore. Dove la frase assume un taglio a doppio senso perché Proietti, attraverso il titolo della celebre pellicola che segnò il trionfo di Lyda Borelli, allude non al rimpianto dell'estetica cara a Guido da Verona ma alla propria incondizionata passione per l'arte del collega scomparso. Ma non si creda, per carità, a una serata nostalgica. Non è del grande Gigi abbandonarsi, sullo sparato bianco del clown, a una cascata di pois d'argento che simulino irrefrenabili gocce di pianto. Davanti a una platea da grandi occasioni mondane, completa di Veltroni, star e ammiratori il grande attore ammicca in primis al suo abbigliamento da fine dicitore descrivendo, col lessico di Petrolini, il proprio inappuntabile smoking denominato, come si usava durante il ventennio, il «fumando» in accenti agrodolci. Scoppia il primo applauso, e Proietti prima di dar la stura con l'abituale verve al fuoco incrociato dei travestimenti, degli scambi di persona e dell'impagabile repertorio di voci fesse e sottotoni suadenti di cui è maestro, si concede il lusso di qualche battuta sui politici. Si comincia dal tormentone per l'elezione del presidente della Repubblica con una bonaria allusione a se stesso («se mi chiamassero dovrò andarmene e lasciarvi soli!», ammicca sornione), poi non risparmia frecciate a chi minacciò, in caso d'attuazione dei tagli allo Spettacolo, le dimissioni prima di stigmatizzare con sarcasmo il comportamento di certi Stabili rei di proporre spettacoli lunghissimi e costosissimi destinati a chissà chi. Ma quando si comincia a temere che la polemica non si plachi, ecco Proietti, con un guizzo inimitabile, introdurre allo show vero e proprio evocando con la pura forza della parola, il mondo fantastico del cinema di un tempo quando, sulle note di una spinetta, lo schermo si accendeva di luci bianche e nere e lo sparato cupo del primattore si avvinghiava a una bellissima che, in fremente attesa dell'amato, si aggrappava alle tende per nascondere gli affanni del cuore. Ed è allora la volta del quadro più emozionante dello spettacolo con un Proietti irriconoscibile, avvolto nei cenci di un clochard che ricorda l'Archimede di Jean Gabin, declamare con un cavernoso fil di voce che a tratti si spegne in un accesso di raucedine e a volte s'innalza al cielo come una spada lucente le celebri didascalie del film: «Muore il cavallo, la radice, il fiore ma l'amor mio, l'amor mio non muore». E giù una salve di applausi. Ma il Proietti in odor di Petrolini non dimentica la sua vena di cantor popolare, e così eccolo subito dopo tornare a se stesso in maniche di camicia come un Rugantino redivivo a intonar da par suo la romanza del Pastorello dell'Agro Romano a suo tempo ripresa, in altra tonalità, da Giacomo Puccini all'inizio del terzo atto di Tosca quando Cavaradossi, dal carcere di Castel Sant'Angelo, sente fluire in lontananza i canti e i suoni che annunciano il risveglio della Città Eterna. E quando l'emozione sembra contagiar un po' tutti, ecco ritornare alla grande Petrolini, ecco i suoi famosi exploit, ecco Benedetto tra le donne con Proietti in bianco, dinoccolato come un gagà, che gioca da funambolo consumato con la dizione a raffica, ecco il calzolaio filosofo che storpia le massime dei grandi, ecco signore e signori il trionfo del Grande Attore scandito dall'urlo di gioia di una platea entusiasta che reclama a gran voce Gigi, sempre Gigi, come allo stadio. Enrico Groppali, Il giornale, 11/5/06
(...) Ma l'intento filologico del suo umile erede andava al di là della semplice similitudine: smontare il meccanismo della comicità petroliniana, penetrare il "mistero di una lingua integralmente creata, nel gesto e nei suoni surreali, e quegli "slittamenti" che escogitava per uscire dal personaggio, divagare e poi rientrarvi. (...) Proietti ha introiettato il suo nume tutelare ricostruendone la maschera a misura del proprio talento. Sprigionando quella simpatia magnetica che gli ha permesso di replicare all'infinito A me gli occhi please. L'adorato Gigi, fra valanghe di applausi, porta a nuova vita non solo i classicissimi Gastone, Fortunello, Nerone (...) Il resto, anzi il contesto, è la cavalcata proiettiana di lazzi, strabuzzamenti, botte e risposte con la platea, e una vena nostalgica che affiora nelle oltre due ore di trionfale rappresentazione. Toni Colotta, L'Avvenire, 13/5/2006
(...) sintesi compatta dell'ironia petroliniana più cinica e grifagna, che irrideva alla retorica smielata del melò. Solo in scena, su una sedia di paglia, sguardo allucinato, cappellaccio nero, maglietta a righe, scarponi slabbrati ai piedi, Proietti miagola il tormentone "Ma l'amore mio non muore", ridisegnando uno smaliziato clown della romanità. (...) Ed è delirio del pubblico: ancora un trionfo da mattatore per Gigi. Emma Costantini, Il corriere della sera, 14/5/2006
Passano le stagioni, aumenta l'equivoco televisivo, cala il numero degli attori che hanno il dono di aiutare il pubblico a dimenticare un tempo sempre più inquietante, per cui merita di essere segnalato "alla grande" l'omaggio ad Ettore Petrolini (...) di Gigi Proietti (...) La prima parte (...) è stato una sorta di omaggio all'attualità del nostro tempo rapito dalla politica, causa a suo avviso di una serie di fattacci che al nostro teatro hanno provocato una serie di guai che hanno progressivamente fatto scattare una crisi preoccupante. (...) Applausi a non finire degli spettatori in una sera di vera festa. G.A. Cibotto, Il Gazzettino, 16/5/2006
Grande, grandissimo Gigi Proietti. Certo, rischiamo di essere monotoni, ripetitivi, ma non possiamo esimerci dal dire, anzi dallo scrivere, quello che pensiamo da sempre e che, ogni volta che assistiamo a uno spettacolo di questo autentico "mostro" del palcoscenico, non possiamo che ribadire a gran voce. (...) Gigi Proietti è come la sua squadra del cuore, la Roma: non si discute, si ama. E quando esci dal teatro ti senti pienamente soddisfatto, appagato, felice di aver assistito a qualcosa di veramente importante e difficilmente ripetibile. (...) Paolo Pelinga, Italia sera, 13/5/2006
Gigi Proietti è un attore così completo, versatile, estroso e magnetico che confinarlo in una sola pièce sembra uno spreco di risorse; ma è anche un animale da palcoscenico. (...) A me è sembrata il capolavoro della sua carriera. (...) Proietti rifà Petrolini in maniera onesta, convincente e infine affascinante. Perchè non lomodernizza, ma lo ripropone filologicamente, cercando di ricostruire le sue macchiette e pezzi delle sue commedie com'erano, invitando il pubblico ad entrare nello spirito del tempo: gli aggiornamenti sono nei suoi commenti (...) La sua è, in sostanza, una conferenza esplicativa, una lezione di teatro del passato, fondata sulla profonda comprensione e sullo studio del materiale. (...) Fondamentalmente, però, l'argomento è uno solo: Proietti ricostruisce Petrolini. E lo fa in maniera portentosa. Basta vedere come si trasforma a vista nella celebre maschera, semplicemente gonfiando le guance, strabuzzando gli occhi, tirando fuori la lingua e imitando la voce. (...) Canta, si sa, divinamente. Il Petrolini che così viene fuori è molto, molto plausibile. Del resto mio padre, che aveva conosciuto bene quello vero e ne detestava gli imitatori, fece in tempo a vedere Proietti, una volta, e lo ammirò. <<Questo è Petrolini>>, disse. <<E pensare che lui non lo ha mai visto>>. Masolino d'Amico, La Stampa, 13/5/2006 Proietti, anti-sentimentale per amor di Petrolini (...) Lui mattatore di oggi incarna lo spirito irrisorio di quel dicitore d'avanguardia soprattutto quando in scena ha una vena scabra, laconica, sorniona, ed economizza l'enfasi fino ad arrivare a un minimalismo "zen", esprimendo il massimo col minimo. Le partiture comiche di Petrolini non spingono Proietti (salvo qualche caso) a eccessi caricaturali, ma lo inducono a poche ed efficaci maschere fisiognomiche (turgori di faccia, di occhiatacce), e irradiazioni nervose, a mimetismi d'automa, a toni di voce stentorei, insomma lo portano a solfeggiare la lingua, i testi e quel trasecolare caustico che discendeva da un umorismo surreale. Il meglio Proietti/Petrolini lo dà quando raggiunge una dimensione quasi stoica (...) Fa appello a canzoni dentro e fuori il mondo di Petrolini, e sproloquia, sconfina, slitta (il pubblico non vuole altro) da vero padrone. Ma questa è un'altra storia, è la storia di Proietti. Rodolfo di Giammarco, La Repubblica, 5/2006 |