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Pietro Acquafredda, Il Giornale, 24/9/2005

Alla vigilia della sua regia delle Nozze di Figaro di Mozart all’OperadiRoma, Gigi Proietti ha voluto farci sapere come vede i personaggi che partecipano alla «folle giornata» della commedia: semplici maschere, ruoli, psicologicamente appena abbozzati, poco più che marionette abilmente mosse. «Per avere personaggi veri, dalla psicologia ben delineata, ricca di chiaroscuri, tormentata, occorrerà attendere molto ancora» ha dichiarato nel corso di un’intervista radiofonica.

L’elegante impianto scenico «vanvitelliano» di Quirino Conti, già utilizzato per il Don Giovanni, ha creato qualche problema a Proietti, restringendone le possibilità registiche, specie nel finale dell’opera, quando nel buio del giardino i personaggi in maschera devono partecipare alla beffa ai danni del Conte e di Figaro e alla successiva liberatoria agnizione.

Nella stessa intervista Proietti ha rivelato, infine, a chi vanno le sue preferenze fra i personaggi. Assodato che l’inquieto Cherubino è il «volano della rappresentazione», le sue simpatie vanno al Conte: «Poverino! non si raccapezza più, gli sta cambiando il mondo sotto gli occhi senza che l’abbiano avvertito!»; fra le due donne preferisce Susanna alla Contessa: «Sembra emancipata, non maschera l'esplodere dell'eros, è una donna moderna».

La «rivoluzione teatrale» di Mozart - muovere,cioè, in scena personaggi veri e travasare la drammaturgia dalla scena nella musica, arricchendo quest’ultima delle conquiste strumentali e dialettiche della sinfonia classica-sembra, al Proietti regista, appena abbozzata, relativamente al libretto. E che sia questa la sua idea non è ancora chiaro all’inizio, quando la scena si apre con l’interno della stanza da destinare ai due sposi novelli (Figaro e Susanna), con in bella mostra un teatrino di cartapesta con le marionette pronte all’uso.

Sarà chiaro nella scena finale, quando da una botola rispunta il teatrino, questa volta illuminato, dentro due marionette, del Conte e della Contessa, abilmente mosse, il primo che domanda perdono, la seconda che glielo concede.

Per il resto Proietti ha lavorato sulla recitazione dei cantanti e questi sembrano aver imparato la lezione.

 

Rita Sala, Il Messaggero, 23/9/2005

Nello stesso modo la regia, pur senza abolire la compostezza, a tratti cerimoniosa, a tratti ammiccante, cui siamo abituati riguardo a questo capolavoro, le conferisce (appunto), uno scatto interiore, in alcuni momenti quasi nevrotico. In altre parole, al motore dell’esperienza dal quale sono filosoficamente spinti, Figaro e compagni aggiungono il bisogno di un reale consumo fisico, un moto perpetuo individuale e collettivo. E nella pratica dello spettacolo, oltre i fatti, le macchinazioni, le sorprese e i lieto fine, c’è, con meno tragicità che in Don Giovanni, ma con la stessa evidenza, proprio questo Uomo ribelle ai codici deontologici, ai terrori, alle esitazioni, alle barriere. Risultano così naturali, nei cantanti, gli accenti straniati e ironici promossi dalla musica e favoriti dalla regia… Intuiscono, fra nota e nota di Amadeus, verso quale china di insopportabilità si avvieranno nei secoli a venire.Come i pupazzi del teatrino che Proietti esibisce in palcoscenico, a titolo di metafora e non.

 

Riccardo Cenci, Italia sera 24/9/2005

Sembrano discesi da un quadro del settecento i personaggi del Figaro (…) e merito anche di Gigi Proietti che, da esperto uomo di teatro, mantiene la regia nel solo della sobrietà, lasciando che sia la musica a parlare. (...)

 

Arrigo Quattrocchi, Il Manifesto, 25/9/2005

(...) Ambienti, costumi e luci (Vinicio Cheli) garantiscono uno sfondo lussuoso per la regia di Proietti, che è tutta attoriale, basata sui movimenti dei cantanti, studiati nei minimi dettagli, per quanto un po’ confusi nei nascondigli dell’ultimo atto. Si stenta però a vedere una chiave interpretativa che vada oltre il gioco scenico, una riflessione complessiva su un testo così profondo. L’unico spunto viene dalla presenza in scena, nel primo atto e poi alla fine dell’opera, di un teatro di marionette, trovata graziosa, che speriamo non volesse alludere a una mancanza di spessore dei personaggi dell’opera di Mozart. (...)

 

Michele Bollettieri, La Gazzetta del Mezzogiorno, 26/9/2005

(…) La regia di Gigi Proietti fa corpo con la scena e con ogni frase musicale a cui riconosce la funzione di “primum movens”, pervenendo con scorrevole naturalezza a formare un tutto inscindibile tra quanto si vede in palcoscenico e quanto si ode in orchestra; non la sua capacità di “far teatro”, il regista-attore romano riesce a creare un clima frizzante da commedia nel quale l’amore, colto nel suo aspetto più essenziale, l’eros, rappresenta il motore di ogni agire ed in cui i personaggi mostrano quasi tutti di possedere il senso semantico delle parole. Uno spettacolo di classe, dunque (…)

 

Re.Ri., Avanti!, 26/9/2005

Gigi Proietti ne “Le nozze di Figaro” ha posto in essere tutto il suo estro di ormai sperimentato regista. Ha fatto così che il testo già di per sé stesso ricco di ritmo e di vivace ironia venisse ancor più serrato, ponend in luce vezzi e virtù dei singoli personaggi. (…) Gianluigi Gelmetti , a  proposito d questo nuovo allestimento, ha dichiarato: “(…) Per questo Nozze vi è stata una magica e rara comunione d’intenti con il regista Gigi Proietti e Quirino Conti, autore delle scene e dei costumi (…) Gigi è un grande attore-regista, che sa ascoltare la proposta drammaturgica risultante dalla musica, e, dopo averla fatta propria, la sviluppa e la amplia. Sa ottenere ciò che desidera da chi si muove sul palcoscenico perché ne conosce i segreti.

 

Giuseppe Pennisi, MF, 27/9/2005

(…) La regia di Gigi Proietti respinge ogni lettura politica e regala una vasta commedia umana all’insegna della tolleranza e delle varie sfaccettature dei rapporti di coppia. Mette in risalto la carica femminista, mantiene le gag essenziali, fa sorridere (più che ridere) e induce molto a riflettere. Proietti lavora con cantanti giovani; la recitazione è da teatro di grande classe (…)

 

Paolo Isotta, Il corriere della sera, 25/9/2005

(…) Credo Gigi Proietti sia considerato un talentoso attor comico tipicamente romanesco e nulla più. Lo pensai anch’io. Quale sorpresa mi colse di fronte all’allestimento, del pari da lui firmato con Quirino Conti, di un’Opera piena di sottofondi intellettuali come il Benvenuto Cellini di Berlioz. Eleganza e spigliatissimo senso del teatro: coniugati col fortissimo segno classico delle scene di Conti e i suoi meravigliosi costumi. (…) La regia di Proietti è vero e raffinato teatro: non un’attitude superflua, non una «controscena»: e sappiamo quanto in ciò anche grandi registi peccassero. Ma qui, menda che per occupare solo brevissimi istanti pur menda resta, un elemento sciocco e vano affatto incompatibile con la ratio dello spettacolo: e credo doverne credere reo Conti prima del collega. Nella grande Aria di Figaro rivolta a Cherubino Non più andrai il barbiere si trova in scena un teatrino di marionette: e mima l’intera Aria, che possiede un figuralismo musicale addirittura da nec plus ultra e va quindi cantata da fermo , col manovrarne una a raffigurare il futuro di Cherubino. Peggio: nel Finale lo stesso teatrino scaturisce dal pavimento e contiene i «doppî» del Conte, della Contessa, di Cherubino. Siffatti intellettualismi non sono degni di artisti di conio così nobile. (…)