Le critiche

(...) Proietti è di una vitalità che fa paura. Sta lassù, in groppa al suo cavallo. E' Marco Aurelio, ci riassume la storia di Roma, scritta dall'amico Luigi Magni. (...) La fluidità del racconto è impareggiabile. Non ci accorgiamo che Proietti passa da una storia all'altra, o da una storia a una canzone, o ad un tenero omaggio alla figlia (...) Vale la pena di andare al Brancaccio per vedere come Proietti imita il ghignante, sardonico, rabbioso Stoppa nel monologo di Shylock, il mercante di Venezia. (...) e c'è quel rocambolesco finale, una storia composta da tutte le favole del mondo, intrecciate l'una all'altra. E' qui che si vede come Proietti sia appunto un'orchestra, non già un solista; e come l'identificazione, che sempre cerchiamo, sia facile, dolce, infantile: alla Serata d'onore di Proietti si torna bambini.

Franco Cordelli - Il Corriere della Sera 26/4/2004

Gigi Proietti, il più shakespeariano dei nostri grandi giullari, il più chansonnier dei nostri artisti, il più brechtian-petroliniano dei nostri mattatori fa un nuovo punto della situazione. E' un viaggio senza risparmio nella cultura disciplinata  e popolare ed è una lezione infaticabile di linguaggi, di memorie comiche del '900, di fronde poetiche, di cespiti canori, di quisquilie recitative, e di entertainment a base di drammaturgia, ma è anche uno spettacolo quasi del tutto inedito, la Serata d'onore con cui Proietti festeggia al Politeama Brancaccio i suoi 40 anni di teatro, senza ricorrere a man bassa al proprio repertorio come la formula del titolo autorizzerebbe. (...) Dopo il prologo ironicamente statuario, scappa fuori lo showman che non ha nulla da invidiare ad idoli seri della Francia e degli Stati Uniti degli ultimi trent'anni, uno capace di fare il Sinatra e il Pasquino abbandonandosi di colpo, "come naufrago alle cose" a un'evocazione malinconica di Camillo Sbarbaro. (...) Ed è capace anche, questo monstre dai tanti volti, di dare un senso epidermico a partiture sincopate, di fare swing e magari duettare in "Moon Dance" di Van Morrison con la (impeccabile) figlia Carlotta al suo debutto, di rinsanguare a forza di svarioni e tormentoni le tecniche delle bellurie farsesche qui applicate (in omaggio a Dino Verde) a "La signora delle camelie", di affrontare con compostezza il monologo di Shylock sulla propria identità ebraica per poi ricavarci aneddoti affettuosi su Paolo Stoppa. (...) E la serata (...) ha il senso di un albo pieno di idiomi e storia (infinita) del talento.

Rodolfo di Giammarco - La Repubblica 26/4/2004

Quarant'anni di teatro e sembra un ragazzo, Gigi Proietti. Sarà per quel sorriso ampio, l'andatura dinoccolata, il parlare da <<core de Roma>>. O forse è l'abbraccio del pubblico, quel dialogo da innamorati che corre da lustri fra lui e gli spettatori. (...) Ma in Serata d'onore c'è anche - ed è questo l'aspetto più in ombra e più interessante - una sorta di riflessione a voce alta nelle pieghe delle scenette. Come rileggere un vecchio diario e sottolineare quei passaggi che hanno determinato le scelte. (...) Ha scelto chi lo guarda, lo segue, lo adora. Incatenato al suo stesso successo, a ripetere evergreen di travolgente divertimento. Forse dovremo rinunciare a vederlo in uno Shakespeare serio da cima a fondo: Gigi cuore di Puck va oltre. Lo sfodera e lo rinfodera, si mette i panni di Otello, anche Othello, per dritto e per rovescio. Attore nell'essere attore, finzione scenica al cubo. Forse ha ragione lui. Nel secondo tempo (...) Proietti trova una vena d'oro nei ricordi a ridosso delle scene ed evoca da formidabile proteo Aldo Fabrizi, Paolo Stoppa, l'amico e rivale Gassman (...), omaggia Sordi e fa ricordare Gabriella Ferri dalle voci delle ragazze del coro. (...) Artaud voleva un teatro crudele. Proietti ne sceglie uno umanissimo come fece, al cinema, Totò. (...) Il resto è - sembra - noia.

Rossella Battisti - L'Unità 26/4/2004

Una ragione ci deve pur essere alla complessità di Gigi Proietti; al suo eclettismo, alla sua inesausta capacità di farsi menestrello e Pasquino, tribuno e console, Petrolini e Belli. (...) Si tratta, per parlare chiaro, di supremazia, di bravura, repertorio, stile, talento, possibilità. Un mèlange che Vittorio Gassman, a suo tempo, riassumeva, lui genovese, in una tipica frase romana: <<E nun ce vonno stà>>. (...) Serata d'onore è davvero, nella struttura e nello spirito, una dichiarazione d'amore a Roma, fonte di lingua e storia, tipi e canzoni, costumi e passioni. (...) Un gran piacere. (...) Alla fine, si sa, è l'ovazione. Lui non si schermisce ed è felice. Tutti in piedi a salutarlo e onorarlo. Nulla è esistito se non il trionfo.

Rita Sala - Il Messaggero 25/4/2004