Con
Nancy Brilli, Enrico Brignano, Vincenzo Salemme
I Vanzina non fanno capolavori e non fanno satira. Ma una
certa critica sociale, sia pure edulcorata, sia pure superficiale, forse
in virtù di un certo sorridente cinismo romano per il quale non c'è
niente di nuovo sotto il sole, sia pure ripetitiva, comunque esiste.
I tre personaggi protagonisti di questa loro nuova impresa
sono alto-borghesi, categoria cui appartengono anche regista e
sceneggiatore che quindi la ritraggono con feroce bonarietà. Essi
effettivamente non si possono definire grandi personaggi come potevano
esserlo quelli dei colonnelli della commedia all'italiana, ma in certo
modo assolutamente normali, impegolati in una rete di malcostume cui
devono necessariamente piegarsi per esigenze di carriera o di famiglia.
Non sono esasperate ed esasperanti grandiose maschere alla Sordi, non si
vede nel film l'arte del grottesco che ha fatto grandi Monicelli e Risi,
ma in realtà somigliano molto a chiunque di noi si sia talvolta prestato
a manovre opportuniste. In questo modo sono probabilmente più vicini alla
nostra normalità, volendo, alla nostra mediocrità, rendendo i loro film
non esattamente degni di figurare proprio in un'ideale storia del cinema
(non metterei mai Yuppies accanto a C'eravamo tanto amati)
ma ben indicativi della vita italiana altoborghese a cavallo del
millennio.
Il film scorre piacevolmente, non impegna e strappa anche
qualche risata grazie ai millenari meccanismi dell'umorismo: la caduta
nella doccia, il gioco degli equivoci e degli scambi di persona,
l'amnesia, i contrasti. Quello che ci vuole per la fine di una giornata di
lavoro.
Gli attori servono al loro meglio la sceneggiatura:
Salemme ha probabilmente la parte meglio studiata e se la cava con grande
mimica, esprimendo molto efficacemente la paura di essere incastrati
mentre tuttavia si continua, trascinati dagli eventi, a perpetrare reati;
Brignano dà mostra di virtuosismi dialettali, è penalizzato da un volto
abbastanza bovino, ma occasionalmente, nonostante l'evanescenza del suo
personaggio, riesce a lanciare qualche sguardo, qualche intenzione degni
di sceneggiature migliori.
Il Mandrake, con bella panzetta in evidenza e, purtroppo,
ripassato dal tintore per l'occasione con un curioso effetto punk della
cresta, recita in souplesse un personaggio piuttosto aereo, che sembra
appunto sorvolare gli eventi lasciandosene poco coinvolgere (non so quanto
per sua scelta e quanto per inconsistenza della sceneggiatura), in un
bozzetto appena accennato. La sua grandezza si rivela in fulminei sguardi
e in alcune battute splendidamente recitate; e in una certa tristezza, una
sostanziale disillusione, anche se non ulteriormente circostanziate, che
sono probabilmente il maggior contributo che ha dato al personaggio e che
non a caso sembrano magicamente scomparire quando Claudio si reinventa
chirurgo in Africa. In più sembra essersi allontanato definitivamente
dall'incombente maschera petroliniana per avvicinarsi piuttosto a Totò.
Il suo personaggio ha qualcosa del Veterinario,
ma sebbene anche la sceneggiatura di quest'ultimo non fosse il massimo,
non ne ha la profondità.
La
ricca aneddotica degli incidenti occorsi al Mandrake si arricchisce in
questo film di una botta in testa, prevista dal copione, ma non con la
violenza con la quale si è realizzata, i cui postumi sono durati due
giorni. Questo potrebbe spiegare il fatto che misuri la pressione
mettendosi al collo lo stetoscopio solo per bellezza :D.
Il
film è stato campione d'incassi nel weekend pasquale.